Il confronto geopolitico
supera i conflitti armati
Il Rapporto sui Rischi Globali 2026 del World Economic Forum mostra una profonda preoccupazione da parte dei leader ed esperti globali dei settori accademico, imprenditoriale e governativo. Come da prassi, il sondaggio viene pubblicato ogni anno nei giorni immediatamente precedenti al congresso di Davos (19 al 23 gennaio 2026), così che i risultati orientino i lavori e i dibattiti dei partecipanti.
Quest’anno la ricerca evidenzia che il confronto geo-economico emerge come il rischio principale dell’anno, superando persino i conflitti internazionali, seguono le condizioni meteorologiche estreme, polarizzazione sociale e disinformazione.
Sin dall’inizio è utile comprendere che il “confronto geo-economico” come rischio indica l’uso deliberato di strumenti economici, commerciali e finanziari come leve di potere geopolitico tra Stati e blocchi regionali. In pratica, non è una guerra tradizionale, ma una forma di conflitto strutturale e persistente che produce instabilità sistemica.
Secondo il “Global Risks Report 2026”, la metà degli intervistati prevede un mondo turbolento o tempestoso nei prossimi due anni, valore che sale al 57% dei rispondenti su una prospettiva di 10 anni. “Un nuovo ordine competitivo sta prendendo forma, mentre le grandi potenze cercano di assicurarsi le proprie sfere di interesse. Questo panorama mutevole, in cui la cooperazione appare notevolmente diversa rispetto a ieri, riflette una realtà pragmatica: gli approcci collaborativi e lo spirito di dialogo rimangono essenziali”, ha dichiarato Børge Brende, Presidente e CEO del World Economic Forum.
Di fatto, il nuovo assetto di concorrenza commerciale aggrava i rischi globali e “nessuno di essi (dal confronto geo-economico alla tecnologia incontrollata, all’aumento del debito) è inevitabile”, ha sottolineato il DG del Wef, Saadia Zahidi.
World Economic Forum, i rischi globali 2026: aumento dei rischi geopolitici ed economici
Come dicevamo poc’anzi, il confronto geo-economico è in cima alla classifica dei rischi a breve termine (due anni), con il 18% degli intervistati che lo considera la variabile che più probabilmente scatenerà una crisi globale nel 2026, oltre ad essere al primo posto per gravità nei prossimi due anni, con un aumento di otto posizioni rispetto al 2025.
Quali conseguenze? In un mondo di crescenti rivalità e conflitti prolungati, le catene di approvvigionamento sono fortemente minacciate, dunque la stabilità economica globale, nonché la capacità di cooperazione necessaria per affrontare gli shock economici. Per quanto riguarda le prospettive geopolitiche, il 68% degli intervistati prevede un “ordine multipolare o frammentato” nel prossimo decennio, con un aumento di quattro punti rispetto allo scorso anno.
I rischi economici registrano l’aumento collettivo più consistente nelle previsioni biennali e ciò determina che l’ipotesi di recessione economica e inflazione siano saliti entrambi di otto posizioni
Intervista a Matteo Ventimiglia
Chief Executive Officer di Ambimed
Grazie alla collaborazione tra CTI e gli specialisti in travel risk management di Ambimed, proviamo a comprendere come questa nuova configurazione geopolitica stia influenzando concretamente la mobilità internazionale delle imprese.
Dal vostro osservatorio, quali ricadute concrete vedete già oggi sulla mobilità internazionale delle aziende?
La nostra esperienza quotidiana nel supportare aziende multinazionali evidenzia alcune macro-tendenze che stanno rivoluzionando il panorama della mobilità internazionale.
In primo luogo, assistiamo a un incremento esponenziale delle restrizioni improvvise e asimmetriche. Non parliamo più soltanto di chiusure frontaliere legate a emergenze sanitarie o conflitti conclamati, ma di misure discriminatorie basate sulla nazionalità dei viaggiatori, sul settore industriale di appartenenza o sulla tecnologia utilizzata. I rischi più frequenti in questo ambito riguardano ad esempio il blocco in aeroporto per controlli “casuali” prolungati, revoche lampo di visti già emessi, e divieti di ingresso comunicati senza preavviso a professionisti di determinati settori strategici. Questa imprevedibilità rende obsoleti i tradizionali protocolli di pianificazione e richiede sistemi di monitoraggio in tempo reale e piani di contingenza molto più sofisticati.
La frammentazione delle catene di fornitura rappresenta il secondo elemento critico. Le tensioni geo-economiche stanno forzando le aziende a ripensare completamente la geografia dei propri fornitori e partner. Quello che osserviamo è un aumento drammatico delle trasferte di verifica e audit: i responsabili procurement devono visitare personalmente fornitori alternativi in paesi terzi, spesso in regioni meno stabili o con infrastrutture inadeguate. Questo genera nuovi rischi: i nostri team security supportano viaggi in aree che fino a pochi anni fa non comparivano nemmeno nelle mappe della mobilità aziendale. La diversificazione geografica, strategia necessaria per mitigare il rischio geo-economico, paradossalmente espone i viaggiatori d’affari a una varietà più ampia di minacce locali.
Il terzo fenomeno riguarda la proliferazione di “zone grigie” dal punto di vista della sicurezza. Non si tratta necessariamente di territori in guerra aperta, ma di contesti in cui le tensioni geopolitiche creano ambienti operativi volatili e ambigui. Pensiamo a regioni dove la presenza di sanzioni economiche alimenta mercati paralleli e criminalità organizzata, o a paesi che cambiano frequentemente schieramento tra blocchi geopolitici opposti e dove i viaggiatori occidentali possono improvvisamente trovarsi sottoposti a controlli arbitrari, interrogatori pretestuosi o trattenimenti amministrativi come forma di rappresaglia diplomatica. In questi contesti, i tradizionali indicatori di rischio – livelli di criminalità, stabilità politica interna, efficienza dei servizi di emergenza – risultano insufficienti. È necessario integrare analisi geopolitiche profonde, intelligence su dinamiche di alleanze regionali e monitoraggio delle narrative politiche locali.
Osserviamo inoltre un preoccupante aumento del rischio di spionaggio economico e attacchi cyber ai viaggiatori. Le tensioni geo-economiche hanno trasformato i business traveler in potenziali bersagli di intelligence economica. Registriamo un incremento significativo di tentativi di compromissione di dispositivi elettronici alle frontiere, richieste anomale di credenziali durante controlli doganali, e episodi di sorveglianza fisica di delegazioni aziendali in settori strategici. I protocolli di sicurezza digitale per i viaggiatori si sono dovuti evolvere rapidamente: laptop puliti, telefoni usa e getta, VPN certificate e procedure di debriefing post-viaggio sono diventati standard in molte destinazioni che fino a ieri erano considerate a basso rischio.
Un quinto elemento che sta emergendo con forza è la volatilità delle connessioni aeree e logistiche. Le tensioni geopolitiche non impattano solo la sicurezza personale, ma anche la semplice possibilità di raggiungere determinate destinazioni. La chiusura di corridoi aerei, l’interruzione di rotte commerciali, le sanzioni che colpiscono compagnie aeree specifiche, stanno moltiplicando i tempi di viaggio e generando itinerari sempre più complessi e costosi. Sono sempre più frequenti i casi di professionisti costretti a percorsi con tre o quattro scali per raggiungere destinazioni che prima erano servite da voli diretti, con evidenti implicazioni su fatica, produttività ed esposizione al rischio durante i transiti.
Infine, stiamo documentando un fenomeno emergente e particolarmente insidioso: l’aumento dei rischi reputazionali e di associazione indiretta. In un contesto di crescente polarizzazione geopolitica, la semplice presenza aziendale in determinati paesi o la partecipazione a eventi internazionali può generare controversie mediatiche, campagne sui social media o pressioni da stakeholder. Abbiamo supportato aziende che hanno dovuto gestire crisi reputazionali perché alcuni dipendenti hanno partecipato a fiere o conferenze in paesi improvvisamente finiti sotto i riflettori per questioni geopolitiche. Questo rischio “da associazione” è particolarmente subdolo perché imprevedibile e spesso disconnesso dal reale comportamento dell’azienda.
Secondo voi, le imprese sono davvero consapevoli di quanto la geopolitica stia diventando una variabile operativa, non solo strategica?
La nostra esperienza sul campo rivela un quadro profondamente disomogeneo, caratterizzato da un pericoloso divario tra la realtà dei rischi e la percezione che ne hanno molte organizzazioni.
Le grandi multinazionali con significativa esposizione internazionale hanno generalmente sviluppato una sensibilità adeguata. Questi gruppi hanno vissuto sulla propria pelle l’impatto delle guerre commerciali degli ultimi anni, delle sanzioni a Russia e Iran, delle restrizioni tecnologiche tra USA e Cina. Dispongono di dipartimenti dedicati, collaborano con analisti geopolitici e hanno integrato il rischio geo-economico nei propri framework di Enterprise Risk Management. Tuttavia, anche in questi contesti avanzati, notiamo spesso che l’analisi geopolitica rimane confinata alle figure top executive aziendali, mentre i responsabili operativi – travel manager, HR, security manager – continuano a lavorare con procedure standardizzate inadeguate alla fluidità del contesto attuale.
Il vero punto critico riguarda le piccole e medie imprese in fase di internazionalizzazione.
Queste realtà, che costituiscono il tessuto produttivo europeo e italiano in particolare, affrontano l’espansione internazionale con ottimismo imprenditoriale ma spesso con strumenti di risk management rudimentali. La geopolitica viene ancora percepita come “politica estera”, qualcosa di astratto che riguarda governi e diplomazie, senza cogliere il nesso diretto con le operazioni quotidiane: il manager commerciale che va a incontrare clienti in Kazakhstan, il responsabile acquisti che visita lo stabilimento di un fornitore in Serbia, il tecnico che installa macchinari in Azerbaijan. Questi imprenditori ragionano ancora con categorie del passato: “Quel paese è sicuro perché non c’è una guerra” oppure “Abbiamo sempre viaggiato lì senza problemi”, o ancora “Si occupa di tutto il nostro fornitore/cliente”. Non colgono che il “problema” oggi non è necessariamente un attentato o un rapimento, ma l’arresto arbitrario, il blocco delle comunicazioni, il sequestro di laptop contenenti proprietà intellettuale, o semplicemente l’impossibilità di rimpatriare fondi o completare transazioni a causa di sanzioni improvvise.
Ciò che manca, nella maggior parte dei casi, è la comprensione della velocità del cambiamento.
La geopolitica si è accelerata: le decisioni che un tempo richiedevano mesi di negoziati diplomatici oggi vengono prese nel giro di ore. Le imprese continuano a pianificare con orizzonti temporali inadeguati, sottovalutando sistematicamente quanto rapidamente una destinazione considerata sicura possa diventare problematica. Vediamo ancora troppe aziende che autorizzano trasferte dettate dal business basandosi su valutazioni di rischio datate, che non considerano l’evoluzione delle tensioni bilaterali, che ignorano le implicazioni pratiche di essere cittadini di un determinato paese in un momento di frizione diplomatica.
La questione diventa ancora più complessa quando consideriamo il duty of care legale. Le normative europee e le giurisprudenze nazionali stanno progressivamente ampliando la responsabilità del Datore di Lavoro nella protezione dei propri dipendenti in mobilità. Eppure, molte organizzazioni non hanno ancora compreso che ignorare il fattore geopolitico non è più un’opzione: è una potenziale fonte di responsabilità legale, oltre che un rischio reputazionale significativo. Un incidente prevedibile ma non prevenuto, in un contesto di tensioni geopolitiche note, può esporre l’azienda a conseguenze devastanti sia sul piano legale che su quello dell’immagine.
La nostra missione oggi è proprio questa: trasformare la consapevolezza geopolitica da prerogativa degli analisti internazionali in competenza operativa diffusa, integrata nei processi decisionali quotidiani di chiunque gestisca mobilità internazionale d’impresa.
Conclusioni
Il primato del confronto geo-economico nella classifica dei rischi globali non è un dato statistico astratto, ma una realtà che impatta quotidianamente le operazioni aziendali.
La capacità di leggere, anticipare e gestire le implicazioni operative della geopolitica è diventata una competenza essenziale per qualunque impresa con ambizioni internazionali. In un mondo dove le alleanze si ridefiniscono rapidamente e dove la geografia economica è sempre più disallineata da quella politica, il Travel Risk Management evolve da funzione specialistica a pilastro strategico della competitività aziendale.
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[Notizia pubblicata in data 26 gennaio 2026 – Paola Baldacci]


